L’emergenza denominata in dialetto locale Muru ruttu ed anche ufficialmente conosciuta come Muro Rotto (d’ora in avanti, MR.), insiste al confine tra gli agri comunali di Petrizzi ed Olivadi; a circa 2 km. in linea d’aria da quest’ultimo Comune, e 2,5 da S. Vito Ionio, lungo una interpoderale.
Dal Muro verso Ovest si stende una vasta pianura digradante, al cui termine si intravede l’abitato di San Vito, circondata da colline su cui sorgono i Comuni di Olivadi, Centrache, Cenadi e la contrada Santa Teresa del Comune di Petrizzi.
Si scorge attualmente un manufatto emergente per circa 3 mt. dal suolo, per una lunghezza di circa 20 mt. dalla strada suddetta in direzione approssimativa Nord; e che presenta una larghezza di oltre 6 mt. Secondo la tradizione locale, vi passavano sopra due carri in direzione contraria.
Il Muro consiste di opere murarie di pietra fluviale e malta, con intonaco. La parete occidentale è visibilmente incavata, secondo i più dall’azione dell’acqua del ritenuto lago.
Le più antiche attestazioni chiamano il manufatto già MR. Leggiamo nella Calabria Illustrata di p. Giovanni Fiore, ma in un brano che è dovuto al suo continuatore fra Domenico da Badolato: In un angolo di questo feudo contiguo al fiume, che dicesi di Muro Rotto, si è fabbricata dal feudatario istesso, circa gli anni 1720, una volgare icona, ed in essa dipintavi da pennello altresì volgare l’immagine della Santissima Vergine col suo Bambino in braccio, sotto il titolo della Luce. Il feudo è detto, non si sa se erroneamente o per notizia remotissima e al tempo non più attuale, in territorio di Soverato.
La parziale demolizione del Muro è dunque molto più antica non solo del XVIII secolo, ma della denominazione di MR., che nella memoria popolare era già consolidata. Una leggenda locale vuole che la frattura sia stata provocata da san Vito con la spada, o, secondo altre versioni, con la lancia o con una bacchetta, per salvare il suo paese dall’inondazione.
È di memoria dei viventi che l’ultima demolizione avvenne attorno al 1950 a mezzo esplosivi, per consentire di tracciare la suddetta interpoderale.
Quanto alla costruzione del manufatto, due contadini la cui tradizione appare genuina e non inficiata di cultura scolastica, hanno riferito, l’uno che sarebbe lavoro dei Saraceni; l’altro, dei briganti, i quali l’avrebbero innalzato in una notte.
Sia la costruzione sia la parziale demolizione del Muro sono dunque ammantate di una certa sacralità o di mistero; segno che le popolazioni locali hanno visto in MR. Un’opera quasi sovrumana, comunque eccezionale rispetto ai comuni livelli di vita e ai moduli abitativi del luogo.
È nel comune sentire che la pianura, attualmente ben coltivata a granturco, vigne ed alberi da frutta, sia stata un lago, denominato forse Runci, Aurunci.
Sappiamo che Runci è toponimo assai diffuso, il cui etimo può semplicemente richiamare la mietitura (runcu, runcijjiu: roncola); ma da secoli si fa richiamo agli antichi storici calabresi, i quali, trovando nei classici la notizia della deportazione nel Bruzio di Aurunci ribelli ai Romani, spiegavano il nome con la presenza di questi italici del Lazio attuale.
La natura del luogo, pianeggiante, uniforme, digradante, si presta all’ipotesi di un invaso, formato dalle acque di piccoli torrenti, forse un tempo più copiosi.
In tale ipotesi, MR. sarebbe dunque una diga con la funzione di regolare il regime delle acque, assicurandone un afflusso prevedibile e un eventuale deflusso.
Un grande invaso potrebbe mirare a diversi scopi:
Controllo delle acque dal Lago alla tracimazione di San Vito…
Allevamento di pesci per la Torre Longa (vd. più avanti)
Irrigazione dei campi
Utilizzo dell’acqua come forza motrice per mulini etc.
Facilitazione dei trasporti, a mezzo barche, tra i borghi circostanti: Centrache, Olivadi, Cenadi, S. Teresa, S. Vito…
Non è agevole immaginare una funzione diversa di MR. Un manufatto di tale mole non può essere muro portante di un edificio, neppure di grandissime dimensioni; tanto meno una muro di cinta di fortificazioni, giacché mura di siffatto spessore si trovano solo in baluardi difensivi progettati contro le artiglierie, dunque dal secolo XVI in poi; epoca in cui non è attestata, né è ipotizzabile alcuna presenza di insediamenti militari nel territorio.
Sulla presunta sponda occidentale del Lago, tra gli agri comunali di Olivadi e Cenadi, sorge un edificio, denominato Torre Longa, che, nonostante palesi ricostruzioni e superfetazioni, ha un evidente nucleo molto antico e forse medioevale; una tradizione locale vuole che sia la villa del conte Rugieri, che vi trascorreva del tempo. Anche in questo caso, la memoria popolare non appare di origine dotta o scolastica (si direbbe, se mai, Ruggero).
“Muro Rotto”, l’antica storia della diga normanna a Petrizzi
Nel territorio di Petrizzi, in provincia di Catanzaro sorge l’antica diga nota come “Muro Rortto”.
Fu costruita, per volere del Conte Ruggero I d’Altavilla ed oggi rimane solo una parte. La località nella quale si trova la diga si chiama “Valle degli aurunci” che prende il nome probabilmente dal termine dialettale di “roncola”, l’attrezzo agricolo per disboscare i terreni.
Secondo altri deriva da “Aurunci”, una popolazione osca di origine indoeuropea, arrivata in Italia intorno all’anno 1000 a.C.
Gli Aurunci combatterono contro i Romani, secondo la tradizione nel 505 e nel 495 a.C., ma furono sottomessi nel IV sec. a.C. Pare che si stanziarono pure in Calabria, arrivando dal Lazio, soprattutto tra Montepaone Lido e Pietragrande. Per alcuni storici, gli Aurunci e gli Ausoni sarebbero la stessa popolazione.
La zona dove il Conte Ruggero fece costruire la diga era ricca di ruscelli e piena di pesci. Ruggero era appassionato di pesca e fece convogliare i ruscelli in un unico punto tramite condotte e ordinò la costruzione della diga. Si formò così un grande lago, le cui rive arrivarono fino alle colline di Chiaravalle Centrale.
La leggenda di Clara Vallis (ambientata a Chiaravalle Centrale) narra che la figlia del Conte Ruggero, Chiara (figlia immaginaria), morì facendo una gita in barca sul “lago”.
Il lago era navigabile da piccole imbarcazioni. Irrigava i campi. A seguito di piogge torrenziali, il fiume Beltrame si ingrossò e distrusse l’argine. Da qui la diga prese il nome di “Muro Rotto”.
Le leggende legate alla diga
Alla storia della diga sono legati diversi paesi che sorgono nelle vicinanze, ma soprattutto San Vito e Palermiti.
Si narra che un giorno dei contadini videro San Vito su una barca guidata dal suo angelo custode e li invitava, con una spada, ad allontanarsi perché era in arrivo una forte alluvione. I contadini pensarono che fosse stato il santo a rompere la diga in un punto per evitare che tracimasse travolgendo ogni cosa. Si spostarono più in alto e, per i danni subiti dall’alluvione ed attutita dal santo, crearono il paese in suo onore. Aggiungendo “sullo Ionio” perché si affacciava sul Mar Ionio.
Sempre in prossimità del “Muro Rotto”, circa 300 anni fa, accadde un altro episodio. Dei contadini videro una luce che proveniva da un quadro incastonato nel muro della diga. Il quadro raffigurava la Madonna vestita di rosso con un mantello azzurro, con Gesù Bambino sul braccio sinistro e nella mano destra una fiaccola. Al quadro fu attribuito il nome di “Madonna della Luce”. Dei muratori cercarono di rimuovere il quadro senza successo. Riuscì un certo De Marco di Palermiti. Gli abitanti dei paesi limitrofi si contendevano il quadro. Si decise a questo punto di mettere il quadro su un carro trainato da buoi, senza conducente. Nel paese dove si sarebbe fermato il carro, gli abitanti lo avrebbero accolto. I buoi giunsero a Palermiti e si fermarono in ginocchio vicino alla vecchia chiesa di San Giusto, dove venne sistemato il quadro. La chiesa venne distrutta dal terremoto e il quadro venne sistemato nell’attuale chiesa matrice, chiesa scelta da Maria, in quanto fu vista da una donna che trasportava delle pietre, una notte, proprio sul posto dove venne poi costruita la chiesa matrice.
C’è anche un’altra storia che riguarda questi luoghi.
Si narra che i pesci catturati dal lago venivano poi consumati nel paese di Cenadi da Ruggero ed i suoi seguaci. Pare che Cenadi sia stato fondato da Ruggero stesso, in quanto la zona in cui sorge il paese, era adatta alle sue battute di caccia, visto la vasta quantità di boschi e selvaggina. Secondo alcuni il nome di Cenadi, scomponendolo, “cena -di”, possa significare: la cena del giorno.
Si racconta pure che la diga facesse parte della Via Normanna che partiva da Mileto, in provincia di Vibo, e raggiungeva Squillace. Secondo una ricostruzione storica sembra che la struttura fosse lunga 250 metri e larga 5. L’ultima domenica di agosto si celebra la “festa grande” della Madonna della Luce. Ogni 5 anni si svolge anche una lunga processione che va dal “Muro Rotto” al Palermiti.